Paolo Schianchi. Quando suonare la chitarra diventa scienza

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Paolo Schianchi. Quando suonare la chitarra diventa scienza

Cosa ci viene in mente quando pensiamo alla parola scienza? Di sicuro la fantasia corre ai baffi di Einstein, agli alambicchi fumanti di qualche laboratorio, a tutte quelle formule matematiche in grado di darci una spiegazione coerente del nostro universo, forse anche ai 6 risicati durante le verifiche del liceo. E se dicessimo che la parola scienza ci fa venire in mente un assolo di Jimi Hendrix? Apparentemente non ha molto senso, al massimo può darci la motivazione del 6 risicato dei tempi dell’adolescenza. Eppure anche qui la parola scienza può rientrare. La scienza infatti, dal latino scire, è un sapere frutto di studio e applicazione intorno ad un determinato ambito. A tal proposito anche la musica può avere una sua scienza, un suo sistema di cognizioni fatto di regole e variazioni sul tema, frutto di secoli di scoperte e tramandatoci dai sacerdoti di tale mondo: i musicisti. Come per ogni scienza, anche lo studio della musica richiede disciplina, perseveranza, fatica. Così come per ogni disciplina è necessaria una divulgazione di qualità, così anche nell’universo sonoro servono persone in grado di comunicare le migliori scoperte. Noi di Gigfound desideriamo portare un contributo a questa causa e per questo motivo, in una afosa giornata di mezza estate, ci siamo messi in cammino per andare a scoprire la storia di un musicista che ha fatto della musica la propria missione di vita. Una vocazione che lo ha portato ad esplorare tale disciplina in tutte le direzioni, arrivando a brevettare strumenti innovativi come la chitarra a 49 corde o l’Octopus. Come un vero scienziato. Lui è Paolo Schianchi.

GLI ESORDI. UN DESIDERIO FEROCE DI FARE MUSICA

Pilastro, Parma. Una serie di edifici di nuova costruzione. Suoniamo e ci apre Paolo in persona. Ci accoglie con cortesia nel suo studio all’avanguardia, il laboratorio dello scienziato dove le sperimentazioni prendono vita. Ci sediamo dietro al mixer, accanto a chitarre, apparecchiature e cavi, in un caos ordinato come in ogni luogo di scienza che si rispetti. Paolo Schianchi è un affermato chitarrista, maestro e inventore, con una fama che ha varcato l’Oceano e che lo porta a vivere diversi mesi all’anno in America. Ma, come tutti i grandi che si rispettino, è una persona gentile e umile, con la quale è un vero piacere intrattenersi. Siamo impazienti, vogliamo sapere tutto su di lui. Tempo di scambiare due battute e partiamo subito con la nostra chiacchierata: come nasce il suo percorso musicale?


Ciò che mi muove nella musica è la curiosità, o come direbbe Keith Jarrett un desiderio feroce di fare musica.


“Questo mi ha portato a scoprire tutte le varianti della chitarra. Tutto ebbe inizio quando ero nel pancione, grazie agli ascolti a tutto volume di mia mamma di Elvis e Giuseppe Verdi. A 2/3 anni mostravo già una particolare attenzione per la musica perché quando partiva una registrazione rimanevo immobile in ascolto. A 4 anni poi decisi di imparare a suonare il violino, ma non ebbi la fortuna di trovare un insegnante adatto ad insegnare ai bambini. Il mio preferiva il solfeggio rispetto all’aspetto ludico. Ciò che conta invece è, a mio avviso, trasmettere l’amore per la musica, tenere vivo quel semino di passione che alberga già nel bambino, non riempirlo di nozioni! La svolta arrivò quando mio fratello portò in casa i Led Zeppelin e i Pink Floyd. Da lì mia madre, sorprendendomi a fingere di suonare una chitarra giocattolo (regalo della nonna, ndr) su una canzone di Paul McCartney, mi chiese se avessi voluto imparare a suonarla.

Il liuto rinascimentale di Paolo

Il liuto rinascimentale di Paolo

Aveva capito che già allora sognavo di fare il musicista! Con gli strumenti a corda fu amore a prima vista e a 8/9 anni iniziai con la chitarra. Poi, man mano che si manifestava la passione, decisi di fare un percorso più da autodidatta sia sulla chitarra classica, che su quella elettrica, che su quella acustica, per poi estendere gli studi alle altre varianti, dal liuto rinascimentale alle chitarre resofoniche, frequentando al contempo masterclass con chitarristi provenienti da tutto il mondo, e inseguendo diversi maestri, uno su tutti Matteo Mela, che è stato fondamentale per l’approfondimento della chitarra classica e della musica colta nei primi anni di formazione”.

GLI ANNI DELLA FORMAZIONE. VINCE LA PASSIONE

L’essenza di un musicista risiede nel suo estro artistico, estro che nessuna scuola può insegnare. Come la mitica mela di Newton che, cascando in testa offre al genio creativo l’intuizione per la legge di gravitazione universale, così anche per lo scienziato musicale l’invenzione è qualcosa di personale. Da qui: che rapporto hanno avuto nella formazione di Paolo, da un lato, le scuole, i licei, i conservatori e, dall’altro, il percorso da musicista autodidatta? “Devo dire che il 90% delle mie competenze attuali nasce da una ricerca personale ed è farina del mio sacco, pur riconoscendo la grandezza dei grandi del passato e di alcuni miei insegnanti. Non provenendo da una famiglia di musicisti, sono cresciuto in un ambiente dove c’era moltissima preoccupazione nei confronti della professione musicale. Durante gli anni dell’adolescenza perciò portai avanti gli studi liceali accanto a quelli musicali, ritrovandomi a studiare musica nei momenti liberi tra una verifica e l’altra, dato che avevo deciso di conseguire contemporaneamente il diploma decennale di conservatorio da privatista. Ho sempre avuto un grosso senso del dovere: o si cerca il modo di fare bene qualcosa, oppure è meglio non farla. Che fatica però! Purtroppo non mancarono gli sfottò. Mi ricordo ancora un incontro di formazione scolastica dove alla domanda sul nostro futuro, rispondendo che volevo fare il musicista, venni deriso da tutti perché quello non era nemmeno ritenuto un lavoro serio.


Manca totalmente la cultura legata alle professioni artistiche, ritenute al massimo passatempi per il pensiero comune.


È un limite tutto nostro, paradossale in un paese dove c’è un patrimonio culturale e creativo inestimabile. In altri paesi come gli Stati Uniti tali complete chiusure non le ritrovo. Scherzando, ma fino a un certo punto, dico spesso che in Italia siamo passati da Cristoforo Colombo a Schettino. È triste da dire, ma conoscendo tanti scienziati che lavorano all’estero mi sono fatto questa idea. Le istituzioni quando funzionano hanno elasticità, sostengono i talenti e li vogliono con loro. Non sempre, per usare un eufemismo, si può dire la stessa cosa delle istituzioni italiane.”

Con la 49 corde al Carnegie Museum di Pittsburgh

Con la 49 corde al Carnegie Museum di Pittsburgh

La vera difficoltà per un musicista emergente sta nel passare dal vivere la musica come semplice divertimento ai primi lavori professionali, con annessi guadagni. Come è avvenuto per Paolo? “Fin da pischello sapevo che avrei voluto fare e avrei fatto musica, ad ogni costo, e anche per questo ho sempre avuto un approccio professionale. Negli anni dell’adolescenza suonai in una band, poi, dopo essere passato per una cover band dei Queen, esperienza molto divertente, iniziai a collaborare e poi a dirigere un coro dove fui pagato a tutti gli effetti: perché si trattava della prima esperienza retribuita in un ambiente professionale. Arrivato a certi risultati e livelli ho infatti preteso una paga: bisogna dare dignità al lavoro del musicista, sia per i sacrifici richiesti che per l’indotto prodotto”.

IL TALENTO SI FA STRADA. L’ESPERIENZA AMERICANA

La domanda sull’esperienza americana a questo punto sorge spontanea. “Sono tornato da poco dagli Stati Uniti. Sono andato là in aprile ed è stata un’esperienza molto bella perché è stata il primo tour con la Green Card EB-1 (visto a vita per persone con outstanding skills, solitamente destinato ai premi Nobel, grazie alla quale ha preso la residenza a vita, ndr), oltre che la prima con la mia famiglia, il mio bimbo di 4 anni ed un paio di miei allievi italiani. La mia prima avventura in assoluto negli Stati Uniti fu a 18 anni, grazie ad un chitarrista che si rivedeva in me che mi chiamò a fare concerti e un paio di audizioni alla SMU di Dallas. Fu una grande esperienza perché andarono talmente bene che mi offrirono una borsa di studio, ma decisi di non accettarla perché all’epoca non me la sentivo di andare a vivere là. Volevo ancora scommettere nel mio Paese e rimanere vicino alla mia fidanzata (Stefania, attuale moglie, ndr). Ero inoltre un po’ ingenuo perché pensavo che ce l’avrei fatta anche qua senza problemi. Sbagliavo!


L’America infatti ti offre tante opportunità anche a livello istituzionale ed è in grado di creare intorno a te una vera e propria rete di protezione per fare emergere il tuo talento.


Rimanendo qui in Italia invece sono stato costretto a tirare fuori la cazzimma, come direbbero a Napoli: è un lavoro durissimo che non conosce tregua, anche se da fuori può non sembrare. Non si contano i sacrifici e non ho certo avuto sconti né conosciuto mai soste sulla mia strada, ma col tempo i primi risultati pian piano sono arrivati. La scelta di rimanere qua, infatti, in un ambiente tutto sommato ostile, spesso invidioso, quanto manchevole di reale competenza e preparazione, e quindi dominato dalla paura, dalla mediocrità, o incapace di accettare e valorizzare il lavoro artistico, mi ha permesso di sviluppare interessi e competenze che vanno molto oltre a quelle istituzionali o di uno specifico mondo musicale.”

OCTOPUS E CHITARRA 49 CORDE. LE INVENZIONI DELLO SCIENZIATO MUSICALE

Uno scienziato non è un semplice studioso. È innanzitutto un ricercatore, un esploratore di tutte le possibilità che la propria disciplina può offrire. É come un amante che osa navigare nell’ignoto, alla ricerca di nuove rotte che nessuno aveva preso in considerazione prima. Per un musicista la sperimentazione può avvenire non solo a livello compositivo, ma anche a livello strumentale. Come un pittore che veste i panni del chimico per trovare le sostanze ideali per creare i propri colori, così un musicista può diventare artigiano e ingegnere e dare vita ad uno strumento nuovo. È ciò che Paolo ha fatto con l’Octopus, la sua prima creazione sotto brevetto che compie ormai 10 anni, grazie alla quale ha potuto dare una vera e propria svolta alla propria carriera. “Tutto ebbe inizio quando facevo l’assistente al coro del liceo classico Romagnosi di Parma. Ai tempi avevano una classe di teatro molto importante guidata da un artista meraviglioso, Umberto Fabi, che era anche regista, attore e musicista, con il quale collaboravo accompagnando gli spettacoli con la chitarra. Un giorno Umberto, che oggi considero un mio mentore artistico, mi chiese di scrivere le musiche per un Macbeth che avrebbe voluto mettere in scena. Voleva che mi ispirassi ai Doors. Accettai, ma fin da subito mi resi conto che serviva un grosso lavoro per rendere tutte le atmosfere. Cercavo inoltre un modo per suonare più chitarre in scena senza fare rumore o distrarre anche solo visivamente il pubblico, rompendo l’incantesimo del teatro nel cambio dello strumento. La musica doveva essere al servizio della storia, non poteva conoscere interruzioni indesiderate. Così pensai ad uno modo per poter avvicinare le chitarre (acustica, elettrica e classica) e alternarle senza che il suono si interrompesse. Lì nacque il prototipo dell’Octopus, nel 2003, portato alla sua forma brevettata attuale nel 2007, un sistema elettro-acustico dove pedaliere, cavi e amplificatori si mischiano alle chitarre per dare vita ad uno strumento di oltre 230 kg con una struttura in alluminio che mi permette di suonare con mani e piedi, e con la bocca. La sua particolarità risiede nella gestione del circuito audio, ossia nel modo in cui il segnale viaggia, così che una persona da sola possa avere a disposizione una sconfinata tavolozza timbrica partendo sempre dalla vibrazione della corda dello strumento, suonando rigorosamente e completamente dal vivo e senza l’ausilio di suoni pre-registrati. Questo è stato possibile combinando componenti appositamente creati ad altri esistenti in un modo completamente nuovo, come avviene per le parole di un libro, pre-esistenti in una lingua, ma la cui combinazione genera nuovi sensi e nuovi romanzi. Questa gestione del sistema è ciò che, dopo i necessari studi di settore, ha fatto ottenere all’Octopus il brevetto”.

Octopus

Octopus

L’Octopus è lo strumento che più contraddistingue Paolo. È infatti il tentativo di andare oltre al limite naturale di suonare con solo quattro dita attraverso un lavoro sì creativo e artigianale, ma fatto in maniera scientifica grazie ai contributi di diversi tecnici e liutai, e a quello di un ingegnere e progettista della Normale di Pisa. L’Octopus è la massima espressione di cosa vuol dire essere uno scienziato musicale. Paolo però non si è fermato qui, ha deciso di andare oltre e di creare una chitarra con 49 corde. “La chitarra è uno strumento antichissimo e se ne sono visti di ogni tipo. Già nel tardo Rinascimento c’erano interessanti evoluzioni del liuto, al quale si aggiungevano corde e lunghezza del manico per ricavarne suoni più profondi. Nel Romanticismo arrivarono poi le chitarre-arpa, cioè con corde supplementari non tastate, suonate a vuoto. A questa famiglia di strumenti appartiene ad esempio una famosa chitarra degli anni ’80 suonata dal grande Pat Metheny, chiamata Pikasso, chitarra-arpa stupenda che è stata impropriamente paragonata alla mia 49 corde, dato che, ad esempio, dà l’illusione estetica di avere più manici tastati, avendone in realtà soltanto uno tastato e utilizzabile. Si tratta tuttavia di uno strumento che è solo apparentemente molto simile, ma con una filosofia costruttiva ed esecutiva profondamente diverse. Tra le differenze costruttive ad esempio c’è il fatto che la mia chitarra prevede corde tastate su più manici, la possibilità di spostare i ponticelli su sezioni proporzionali di corda, e la possibilità di variare la lunghezza vibrante di tutte le corde di cui si compone. Volendo cercare uno strumento già più simile, ha diversi punti in comune per esempio a quella celebre di John Paul Jones dei Led Zeppelin, costruita nei lontani e meravigliosi anni ’70 da Andy Manson, che non è una chitarra-arpa e manca a sua volta di una considerevole parte di queste innovazioni strumentali, tralasciando in tutti i casi sopraccitati l’approccio esecutivo, che è anch’esso profondamente diverso”.

Questi strumenti hanno permesso a Paolo di fare un salto di qualità anche nel suo processo di ricerca musicale. Da lì si sono aperte tante opportunità di lavoro. “In ambito teatrale ho usato l’Octopus anche in tour con Maddalena Crippa ricevendo l’attenzione e l’apprezzamento di suo marito Peter Stein, uno dei più grandi registi teatrali del mondo. L’ho usato poi per i miei concerti per chitarra sola chiamati Metamorfosi Strumentali, grazie ai quali sono riuscito a tornare in America dopo la prima esperienza da ragazzo. Ho potuto lavorare a progetti cinematografici importanti in film con attori del calibro di John Turturro. Mi fa sorridere pensare di essere diventato argomento di cultura generale come quando all’Eredità è comparsa una domanda relativa alla mia ricerca e a questi strumenti!”

Opportunità di lavoro che fortunatamente sono in continuo aumento. “C’è tanta carne al fuoco nei prossimi mesi! Tornerò negli Stati Uniti per una serie di concerti e porterò avanti collaborazioni con Rai e Mediaset. Infine vorrei trovare il tempo per completare un mio disco prodotto da Red Canzian e registrato negli studi dei Pooh. A Red sono grato per il fatto che mi abbia spinto a incidere un disco solista e a realizzare un video interamente autoprodotto”.

AL SERVIZIO DEI GIOVANI: YOUR MUSIC LAB

La nostra chiacchierata è ormai giunta al termine quando accanto a noi si siede Tommaso, giovane stagista dello studio. Il suo sogno è di lavorare nella produzione musicale. Sono tanti i giovani che Paolo segue attraverso il suo progetto Your Music Lab, l’Innovatorio di Musica nato per mettere in contatto gli artisti emergenti con i professionisti. L’obiettivo è quello di creare opportunità per chi vuole lavorare nel mondo della musica. La sede italiana di questo progetto è nel suo studio di Parma, studio a cui Paolo è molto affezionato.

Lo studio di Paolo a Parma

Lo studio di Paolo a Parma

“Iniziai a costruire personalmente questo studio, recentemente ultimato, ben cinque anni fa con inenarrabili sacrifici perché avevo bisogno di un luogo tutto per me dove fare musica. Uno dei maggiori problemi fu quello di insonorizzarlo correttamente e, non potendo permettermi dei professionisti per realizzare lo studio, decisi di farlo in autonomia, studiando personalmente la materia. Dopo un anno di ricerche mi imbattei in un video di Art Noxon, ingegnere acustico, guru del settore, su come insonorizzare utilizzando materiali poveri, al quale scrissi per ricevere consigli. E mi rispose! Fu un incontro fondamentale quello con Art perché decise di aiutarmi credendo nel mio talento e mi seguì con una pazienza infinita per quattro anni, rivelandomi i segreti del mestiere, con la promessa di non diffonderli. Oltre che ad essere un genio dell’acustica (è consulente storico di Bruce Swedien, il produttore di Michael Jackson e Quincy Jones, ndr), è una persona assolutamente meravigliosa! Inizialmente questo studio doveva essere un luogo solo per me, ma decisi col tempo di aprirlo ad altri con l’idea di farlo diventare un rifugio per musicisti”.

Il passo successivo è quello dei corsi. “Decisi di organizzare degli incontri con dei professionisti perché volevo trasmettere ai miei allievi e giovani professionisti o aspiranti tali provenienti da diverse città, tra cui Parigi, conoscenze trasversali che esulano da quelle tradizionali e istituzionali. Organizzammo per esempio un corso di music business con Charlie Rapino, Direttore Artistico della Sony a Londra, famoso per aver lanciato i Take That e aver lavorato con giganti come Ennio Morricone. Tutti questi laboratori fanno parte di un progetto più grande che si chiama appunto Your Music Lab. Tra questi laboratori modulari con cui creare la formula personalizzata per inseguire il proprio sogno musicale, importanza strategica è affidata a OmniBand, un laboratorio dove i ragazzi hanno la possibilità di lavorare insieme in vista di un approdo negli Stati Uniti. Quest’anno ad esempio ho portato con me sul palco nei teatri e nelle università americane due ragazzi di grande talento, di cui uno ha già ricevuto una borsa di studio alla Berklee e l’altro sta preparandosi in questi stessi giorni alla stessa avventura oltreoceano. E viceversa, sempre attraverso YML sto lavorando per portare in Italia professionisti internazionali e giovani talenti dagli Stati Uniti.


È importante che i ragazzi conoscano altre realtà come quella americana perché da loro si respira un’aria diversa, dove tutto è possibile: c’è l’idea che se io aiuto te, vinciamo in due.


Qua invece spesso ci si fa la guerra, e se qualcuno ti aiuta è solo per un tornaconto personale. Oppure non collaboro con te per paura che tu mi rubi le idee. È una cosa terribile perché ti fa perdere fiducia nel prossimo, ti logora, ti deprime”.

Paolo a New York durante il tour negli USA

Paolo a New York durante il tour negli USA

Conoscere Paolo Schianchi è un’esperienza profonda. Vuol dire fare un incontro con una persona dalla passione smisurata per il suo lavoro (ha ben quattro lauree, ndr), con una persona rigorosa e scientifica per tutto quello che riguarda la musica. “Più studi, più comprendi di non sapere!” ci dice ridendo. “Viviamo in un’epoca dove tutti possono accedere ad ogni informazione, ed è stupendo. Ma un conto è accedere, un conto è la conoscenza e la capacità di discernere quest’ultima dall’illusione di saper padroneggiare una determinata materia o dalle bufale che oggi più che mai infestano la rete. Serve profondo rispetto per il lavoro dei professionisti, di chi in special modo ha dedicato la sua intera vita a una particolare disciplina o branca del sapere, e per chi è riuscito a fare di un sogno il proprio mestiere! Come diceva Leonardo da Vinci, la virtù, cioè la conoscenza e l’arte che derivano dallo studio e dal sacrificio, è ciò che ci nobilita nella nostra esistenza, e ci differenzia da coloro che lui chiamava tubi digerenti, incapaci di lasciare al mondo altro che sterco. L’immortalità per lui appartiene agli artisti, non ai potenti che si facevano ritrarre nelle sue opere nella speranza di essere ricordati. Chi pensa solo alla fama, al potere e alla ricchezza personale infatti non lascerà nulla di personale dopo la sua morte, dovendo abbandonare tutto. L’arte e la conoscenza invece, oltre ad essere un dono stupendo che facciamo a noi stessi e agli altri, lasciano un’eredità meravigliosa e profondamente personale ai posteri, perché tramandabile. Viviamo sulle spalle dei giganti, cui dobbiamo essere infinitamente grati per le tante conquiste scientifiche e artistiche, che oggi diamo spesso per scontate o delle quali ci attribuiamo addirittura il lusso di dubitare, criticare, disprezzare, supporre. L’arte e la conoscenza appartengono a chi le ha conquistate con il duro lavoro, studiando, scoprendo, creando.


Bisogna avere fiducia in quello che sentiamo dentro, inseguire i nostri sogni, ma pensare al contempo a farci virtuosi.


Virtuosi in prima persona, nel senso rinascimentale e leonardiano del termine, invece che perdere fiducia nella scienza e nella conoscenza!”

Le parole di Paolo colpiscono. Ancora emozionati dalla chiacchierata, gli auguriamo un grosso in bocca al lupo per i suoi progetti futuri e ci salutiamo con le parole dello scienziato-artista Leonardo da Vinci che ancora risuonano nello studio. Conclusione migliore non potevamo trovare per congedarci da un chitarrista che ha fatto della propria musica una vera e propria sapienza.

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Alessandro Melioli
alessandro.melioli@gigfound.com

Filosofo, classe 1991, da Reggio Emilia. Ama raccontare storie legate al mondo musicale e si impegna a supportare realtà socio-culturali nell'organizzazione di eventi. Ha collaborato con webzine (Vox, KeepOn) e radio (RumoreWeb). Nel tempo libero si dedica allo sport (calcio e basket) e alla pratica di discipline orientali (yoga). Dategli libri e musica e lo renderete una persona felice.

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